battestini

Costanza Miriano
 
“Mamma!! Tu che ci proponi di leggere un fumetto?”
I miei figli mi guardano sbalorditi come se stessi ballando ubriaca sul tavolo da pranzo. Invece sto solo tenendo in mano le bozze di questa storia, e sono completamente sobria. Però di solito funziona che loro mettono Calvin e Hobbes o altri fumetti nascosti sotto i libri e i dizionari, e quando io entro in camera a controllare che stiano studiando o leggendo cose edificanti faccio sempre finta di non vedere, almeno per dar loro il tempo di aprire il Rocci su una pagina a caso.
Che poi, diciamo la verità, Calvin e Hobbes lo leggo anche io, e anche i Peanuts, e pure Zerocalcare, ma sempre sentendomi un po’ in colpa per come sperpero il mio tempo. Force non sono la persona più indicata a scrivere questa prefazione. Il fatto è che considero i fumetti un gradino sotto la vera letteratura. Consideravo, devo dire, perché da oggi questo libro per me è promosso ai piani alti della libreria di casa.
Ecco, posso dire che certe convinzioni stanno lì esattamente per essere contraddette. Ho letto A caro sangue sorridendo, intenerendomi, piangendo, riflettendo e interrogandomi, emozionandomi, commuovendomi e facendomi un sacco di domande, cosa che non posso dire di dare ogni volta che leggo un libro. E’ qualcosa che capita solo con un’opera d’arte vera.
Mi sono intenerita per quel Roberto bambino soverchiato da una storia più grande di lui, della quale non aveva nessuna colpa ma di cui subiva le conseguenze. Mi sono addolorata per la sua solitudine – chissà quante volte anche io ho sfiorato una solitudine senza fare niente per alleviarla – per le sue mute grida di aiuto inascoltate. Mi sono preoccupata per la salute della donna meravigliosa che, come Beatrice a Dante, appare e salva la vita al protagonista. Ho sorriso per certe reminiscenze anni ’80 (anche io sono della Girella generation!). Mi sono arrabbiata con i genitori di quei quattro ragazzi, ma ho provato anche tanta tenerezza per loro e per la loro inadeguatezza, e interrogandomi moltissimo su di me come madre.
Ancora una volta ho avuto chiarissimo come l’amore, anche di chi, come una madre o un padre, vorrebbe amare con tutto se stesso, è limitato, inadeguato, è un tentativo goffo e destinato al fallimento di dare all’altro ciò di cui ha bisogno. Ognuno di noi è a sua volta ferito, e quindi non può che amare in modo ferito. Mi sono chiesta leggendo quante volte anche io manco nei confronti dei miei figli, li ferisco senza volere, dico cose che per me hanno un senso, ma per loro suonano diverse. E così, pagina dopo pagina, mi è venuta voglia di essere una moglie, una madre, una figlia, una sorella, un’amica migliore.
Non vorrei spoilerare, ma la risposto tanto è sempre quella, non credo di rovinare la sorpresa a nessuno: solo il Signore guarisce le ferite, solo lui ci ha amati di quell’amore totale, definitivo, incondizionato di cui il nostro cuore ha bisogno.
Questa dunque è una straordinaria, travolgente, storia d’amore di un uomo che cerca Dio senza saperlo, e di un Dio che cerca un uomo sapendolo benissimo, e aspetta finché lui si fa trovare. Ma è anche un giallo, una storia di malavita e sangue, una storia d’amore con una donna (ovviamente, chi mi conosce non avrebbe dubbi in merito, la mia parte preferita è quella in cui il protagonista racconta il suo peregrinare sentimentale), è un romanzo di formazione, è una saga familiare, è la storia di un’anima, di un incontro col Vivente, l’unico capace di dare speranza anche in una storia desolata e disperata, l’unico capace di fare nuove tutte le cose.
E’ un’opera preziosa, un’opera d’arte. E sono orgogliosa di dire, oggi, che quando snobbavo i fumetti, modestamente, non avevo capito niente

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